Una vita dedicata agli Italiani in America: incontriamo Anthony J. Tamburri

HomeBlogUna vita dedicata agli Italiani in America: incontriamo Anthony J. Tamburri

Ci sono poche persone, negli Stati Uniti come in Italia, che hanno dedicato la loro vita allo studio della comunità italoamericana tanto quanto Anthony Tamburri. E’ da un bel po’ che We the Italians voleva intervistarlo: così, siamo molto felici di essere in grado di offrire a tutti i nostri lettori, sia negli Stati Uniti che in Italia, questo regalo di Natale. E siamo grati al Prof. Anthony J. Tamburri per questa opportunità.

 

Anthony, tu sei il Preside del John D. Calandra Italian American Institute (Queens College, CUNY), e Professore di Lingue e Letterature europee. Chi era John D. Calandra?
John D. Calandra era un Senatore dello Stato di New York originario del Bronx che, a metà degli anni ’70, iniziò ad esaminare le denunce risalenti alla fine del 1960 e primi anni 1970 fatte da americani italiani [leggasi italoamericani] nella City University di New York (CUNY). Elaborando tali rimostranze, i problemi erano riconducibili a queste tre categorie: (a) docenti e personale ritenevano di essere discriminati sul luogo di lavoro; (b) gli studenti italiano/americani necessitavano di servizi di consulenza che, per loro, non erano disponibili; (c) c’era un grande tasso di abbandono scolastico liceale che era intorno al 20% alla fine degli anni’80, che poi scese in modo esponenziale fino al 8,6%, che era inferiore al tasso di abbandono generale del 2000.

In quel periodo, il Senatore Calandra iniziò un’analisi circa la discriminazione anti-italiana, che riguardava docenti e personale e anche le preoccupazioni degli studenti. Le varie aree di interesse comprendevano assunzioni, promozioni, contratti di lunga durata, e nomine per importanti ruoli di responsabilità. Analoghe situazioni preoccupanti per gli studenti includevano servizi di consulenza, la presenza di club, di centri e di indirizzi di studio italiano/americani. Al termine della sua indagine, il Senatore Calandra pubblicò un rapporto nel gennaio 1978 dal titolo “Storia della discriminazione italiano/americana alla CUNY”, in cui dimostrava che le esigenze e le preoccupazioni degli americani italiani sostenevano che quella discriminazione esistesse senza mezzi termini, davvero un problema “molto evidente”. Questo problema persiste, per certo, in misura notevolmente significativa anche oggi.

 

Quali sono le principali attività del Calandra Institute?
Le principali attività del Calandra Institute (CI) sono divise in tre aree principali: (a) servizi di consulenza agli studenti; (b) sensibilizzazione; (c) ricerca.
I servizi di consulenza agli studenti sono offerti sia on-campus che presso il Calandra Institute. I servizi includono l’analisi degli obiettivi professionali, consulenza accademica, se del caso, e consulenza personale. Inoltre, i nostri consulenti visitano regolarmente un certo numero di scuole superiori nelle zone con un’alta popolazione italiano/americana.
La sensibilizzazione è una zona molto più ampia da coprire. Essa comprende la collaborazione con altre istituzioni italiano/americane, come, per esempio, l’Italian Heritage and Cultural Committee of New York e l’Italian American Studies Association; altre istituzioni con cui il Calandra Institute collabora come la Casa Italiana Zerillo-Marimò in NYU, il Centro Primo Levi, la Columbia’s Italian Academy, e le due istituzioni, il Consolato Generale Italiano e l’Istituto Italiano di Cultura. Abbiamo anche mantenuto un rapporto molto stretto con l’Italian American Digital Project.
Il Calandra Institute pubblica anche un calendario elettronico mensile di eventi che si tengono nell’area del tri-state. Pubblichiamo anche su base regolare informazioni relative alle comunità italiane / americane, locali e a livello nazionale, così come notizie circa la programmazione pubblica dell’Istituto. In quest’ambito di sensibilizzazione ci sono le numerose attività pubbliche offerte dal Calandra Institute. C’è la programmazione regolare di presentazioni di libri, conferenze sulla storia e la cultura, e proiezioni di documentari, specialmente riguardanti l’esperienza italiano/americana. Inoltre, la nostra conferenza annuale (dal 2008) e numerosi simposi raggiungono un gruppo di studiosi e artisti che si uniscono a noi ogni primavera per l’esame di un argomento specifico: ad oggi hanno spaziato dagli Italiani in America al tema dei bambini e dei giovani nella diaspora italiana. In modo simile, alcuni membri del personale del Calandra sono anche a disposizione per lezioni su argomenti legati alla loro esperienza professionale. Infine, il Calandra Institute produce un programma televisivo mensile, Italics, che viene trasmesso su CUNY TV e mantiene un canale YouTube con moltissimi video che riguardano, nella maggior parte dei casi, la nostra programmazione completa girata sia in-house che altrove, a New York come pure a Washington, DC o Elko, Nevada, per esempio.
La ricerca si è sviluppata in maniera esponenziale in questi nove e più anni. Oltre al rilancio della Italian American Review, abbiamo sviluppato due serie di libri che pubblicano ricerche sulle scienze sociali, le arti, e le discipline umanistiche. Ci sono due categorie di base del tipo di ricerca condotta e promossa dall’Istituto. Uno è nel campo della ricerca socio-demografica, che comprende anche gli studi di natura sociologica, psicologica e politica. L’altro è nel campo dell’estetica, delle scienze sociali e degli studi di ricerca culturale che spesso esaminano come la cultura italiano/americana si articola sia attraverso una serie di modalità espressive, come le forme più tradizionali di letteratura, musica, cinema, teatro, che attraverso i modi di espressione più incisivi come feste religiose, rituali socio-culturali, la cultura giovanile alternativa, e altre pratiche estetiche alternative alle forme più tradizionali citate in precedenza (ad esempio, dalla musica non tradizionale di Frank Zappa all’hip hop, o nuove modalità di espressione letteraria come la graphic novel). Infine, abbiamo anche ampliato la nostra sfera d’azione con l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua. Attraverso sovvenzioni dal Ministero degli Affari Esteri Italiano siamo stati in grado di condurre una serie di workshop internazionali e successivamente di pubblicare tre libri fino ad oggi, tra cui uno riguardante l’innovativa metodologia detta “intercomprensione”, l’insegnamento della lingua italiana per coloro che parlano altre lingue romanze. Nel complesso, il nostro obiettivo è quello di realizzare, supportare e sponsorizzare la ricerca empirica, teorica e analitica che, alla fine, espanderà, approfondirà e rafforzerà la comprensione critica dell’esperienza italiano/americana.
Tutti e tre i settori summenzionati sottendono la missione primaria del John D. Calandra Institute italiano, che è, come era implicita nella fondazione originaria della Italian American Institute to Foster Higher Education, di servire come un centro intellettuale e culturale, stimolando lo studio della storia e della cultura italiano/americane attraverso la sua ricerca, borse di studio, la programmazione pubblica e gli eventi, e servizi di consulenza, e, in ultima analisi, che riunisce una comunità di studiosi e professionisti che possono concentrarsi e migliorare l’esperienza italiano/americana sia all’interno che al di là del comunità italiano/americana.

 

Uno dei tuoi interessi di ricerca è la semiotica. La tua opinione sull’uso del termine italoamericano o Italian American è molto interessante, e innovativa. Puoi spiegarcela?
La mia preoccupazione era quella di portare maggiore attenzione verso l’accuratezza dei termini che, poi, avrebbe portato una maggiore attenzione sul tema generale degli americani italiani e lo studio della loro storia e cultura. Il mio punto di partenza si basava su una regola grammaticale contenuta nello storico manuale d’Inglese di Strunk e White (The Elements of Style, 1919/1959), in cui si sottolineano i vari usi del trattino, uno dei quali è la sua necessità in una locuzione aggettivale come “Italian-American”. Come metafora, a sua volta, il trattino diventa simbolo di qualcuno che getta un ponte tra due culture e, allo stesso tempo, le vive. In modo simile, portando l’attenzione sulla forma troncata del primo termine, “italo” (con o senza trattino), si potrebbe poi discutere il troncamento metaforico del proprio patrimonio culturale, e che la cultura dominante non concede che valore e il rispetto che si potrebbe voler mantenere. Come ultimo gesto di stridente risoluzione, potremmo dire, ho esortato a liberarsi del trattino, trasformandolo così in una barra (/) e, ancora più in là, portando entrambe le culture (italiana, americana) più vicine di quanto sarebbero con il tipico trattino. Alla fine, il lettore si ferma per prendere nota, e riconsidera l’oggetto che sta valutando.
Avendo analizzato la questione in inglese, mi è sembrato che avremmo potuto fare lo stesso in italiano. Il prefisso “italo” è usato regolarmente anche in italiano. Così, anche qui, al fine di portare maggiore attenzione verso la notevole mancanza di interesse circa il mondo degli Italiani d’America da parte della collettività italiana, ho pensato di utilizzare il distico grammaticalmente corretto che descrive anche ciò che siamo, e cioè “Americano italiano”: il primo termine è il sostantivo e il secondo è l’aggettivo di nazionalità, che, in lingua italiana, segue il sostantivo che modifica.
Tutto questo si riflette nei programmi a livello di college. Il campo degli studi italiano/americani rimane un bambino orfano che sembra non essere in grado di trovare una casa stabile né nei programmi e/o nei dipartimenti di studio americani, né in quelli italiani. Fino a quando questa vicenda non troverà il suo lieto fine, non vedremo il fiorire di altri aspetti della storia e della cultura italiano/americana, sia qui negli Stati Uniti che in Italia.

 

Sei anche tra i fondatori di Bordighera Press, un editore indipendente che pubblica letteratura e poesia di e su autori italiani e italiano/americani …
Fred Gardaphé, Paolo Giordano e io abbiamo fondato Bordighera Press (parte di Bordighera Incorporated di Lafayette, Indiana) a causa del disperato bisogno in quel momento di un editore per scrittori americani di origine italiana. La nostra prima pubblicazione, infatti, è stata la rivista Voices in Italian Americana (VIA), che abbiamo lanciato nel 1990 e continuiamo a produrre oggi.
In primo luogo, gli scrittori italiano/americani si trovavano di fronte ad una serie di sfide quando cercavano di pubblicare i loro lavori. Inevitabilmente, si sarebbero sentiti fare richieste circa qualcosa di più “mafioso” che, a giudizio degli editori di allora, avrebbe potuto meglio catturare l’attenzione del lettore. In secondo luogo, molti scrittori che lottavano per vedere pubblicate le loro opere erano poeti; e nel 1989, quando abbiamo fondato Bordighera Incorporated, la poesia aveva perso gran parte del suo prestigio, per gli editori commerciali. In terzo luogo, con l’inizio della crisi nel mondo dell’editoria qui negli Stati Uniti alla fine del 1980, è diventato ancora più difficile avere un libro pubblicato.
Quindi, con il supporto iniziale dato da una sovvenzione della Fondazione Giovanni Agnelli e le nostre tre istituzioni di allora (Purdue University, Loyola University e Columbia College di Chicago), siamo stati in grado di lanciare e consolidare una organizzazione educativa no-profit (Bordighera Incorporated) la cui attività principale è oggi l’editore Bordighera Press e la sponsorizzazione occasionale di simposi internazionali sull’esperienza italiana in America.

 

Hai recentemente partecipato a “The Italian Diaspora Studies Summer School”, un programma estivo di tre settimane presso l’Università della Calabria. In realtà, tu lavori frequentemente insieme con le istituzioni italiane, e spesso vieni in Italia. Che cosa può fare il nostro Paese per lavorare più attivamente con la comunità italoamericana?
L’idea per l’Italian Diaspora Studies Summer School (IDSSS) è nata nella primavera del 2013 nel corso di una conferenza a Roma. Fred Gardaphé e io abbiamo pianificato un programma settimanale che poteva essere esteso fino a un periodo da due a quattro settimane di studi. Avevamo appena lanciato un corso di storia e cultura italiano/americana (CLIA: Cultura e letteratura italiana americana) con l’Università della Calabria; è in collaborazione con la professoressa Margherita Ganeri e il suo corso di letteratura italiana moderna e contemporanea, per la quale CLIA è ora parte integrante del programma generale.
Abbiamo deciso successivamente di lanciare l’IDSSS una volta che ci siamo resi conto del grande interesse da parte di molti studenti universitari e alcuni dei nostri colleghi. Sperando di ottenere il minimo di sette o otto partecipanti di cui avevamo bisogno per rendere esecutivo il programma, ci siamo ritrovati con diciassette partecipanti al corso che comprendeva otto dottorandi e nove professori. Alla fine del corso tutti avevano una maggiore conoscenza e una più profonda comprensione della cultura italiano/americana nel Nord America; le materie incluse comprendevano la letteratura, la storia, la cultura dialettale, il cinema, e anche la cultura italiano/canadese.
Noi infatti collaboriamo con le altre istituzioni, attraverso scambi di studenti, programmi estivi, e altri progetti di ricerca come quelli con l’Università della Calabria. Su grande scala, in particolare per quanto riguarda le comunità educative post liceali, l’Italia non è stata molto attiva nello studio della storia della diaspora italiana. Il Ministero degli Affari Esteri ha manifestato grande preoccupazione, ma un ministero da solo non basta. Più significativo sarebbe un piano per promuovere lo studio della diaspora italiana nel sistema scolastico, dal livello di scuola elementare su fino all’università, e il progetto dell’Università della Calabria può essere un ottimo modello.

 

La rappresentazione degli americani italiani nei film e in televisione è uno dei temi che hai trattato. Si tratta di una questione importante che divide a volte la comunità italiano/americana. Qual è la tua idea in proposito?
L’argomento può infatti essere divisivo. E’ vero che la rappresentanza degli italiani negli Stati Uniti non è sempre stata positiva; ciò è particolarmente vero per l’inizio del ventesimo secolo. E’ anche vero che c’è una certa componente di americani italiani che aborrono ogni rappresentazione non positiva e si lamentano a gran voce. E mentre questo può avere il suo impatto, è anche vero che abbiamo bisogno di cercare di capire meglio le ragioni di tale rappresentanza. Così facendo, possiamo anche scoprire la storia dell’accoglienza degli italiani negli Stati Uniti e quindi meglio comprenderne le ragioni. Tendo a pensare che dovremmo lamentarci di meno e studiare di più la ragion d’essere di tale rappresentanza negativa.
Eppure, c’è un altro aspetto di questo, e riguarda l’istruzione. Dobbiamo impegnarci in uno sforzo collettivo a livello nazionale che porti ad includere gli studi italiano/americani come parte del programma universitario. E’ una sfida difficile. Il modo più semplice perché una tale campagna sia efficace è quello di lavorare all’interno di tre aree diverse: storia, sociologia, e, cosa più importante, i dipartimenti italiani. Tuttavia, quello che è diventato evidente è che, mentre molti dipartimenti di studi italiani a livello nazionale sono a favore di un tale programma – il Queens College, per esempio, l’unico all’interno di CUNY, ha un bouquet di quattro corsi di laurea, — ci sono altri programmi di studi italiani in tutto il Paese che non sono d’accordo. In un certo senso, questa è un’eredità di Antonio Rugiero, Emilio Cecchi, Mario Soldati, Giuseppe Prezzolini, e altri simili: quegli italiani che, durante la prima metà del XX secolo, sia perché in visita agli Stati Uniti o perché vi si erano trasferiti per un lungo periodo, e scrissero in maniera molto critica, e vorrei aggiungere cinica, circa gli immigrati italiani e i loro figli che incontrarono qui. Ciò ha certamente contribuito in modo significativo al parere negativo circa gli italiani in America, in particolare in quel periodo.
Questo è uno dei motivi per cui siamo impegnati in una maggiore collaborazione con le università italiane e perché abbiamo sviluppato l’IDSSS. Dobbiamo essere certi che chi vive in Italia abbia una maggiore e più profonda conoscenza di chi siamo e cosa facciamo. Questo è anche uno dei motivi per cui abbiamo ricevuto una borsa di studio dalla Fondazione Rockefeller per condurre un workshop di una settimana presso il Centro della Fondazione Rockefeller a Bellagio, in Italia. Tuttavia, io sostengo che l’istruzione su questi temi serva sia per la grande comunità italiana e non italiana negli Stati Uniti, sia per la maggiore coscienza collettiva in Italia.

 

Un’altra tua attività è quella di produttore esecutivo del programma televisivo Italics e membro fondatore del portale internet i-Italy.org: due progetti di successo che aiutano il popolo americano a conoscer meglio gli americani italiani e l’Italia negli Stati Uniti. Che cosa c’è nel futuro di questi due progetti ammirevoli?
Italics è attivo ormai da quasi trent’anni. Si tratta di un programma mensile su CUNY TV ed è finanziato sia dal Calandra Institute che da uffici centrali di CUNY. La qualità della programmazione si è sempre più diversificata. Sia attraverso la programmazione del Calandra Institute che diItalics abbiamo deciso in questi ultimi cinque anni di affrontare alcune questioni scottanti che alcuni sedicenti leader della comunità italiano/americana sembrano aver evitato. La cultura “Guido” (un nomignolo dispregiativo col quale venivano chiamati gli italiani in America) è stato uno di questi argomenti fastidiosi che hanno causato un putiferio in certi angoli della comunità, che si sono rifiutati di impegnarsi in qualsiasi tipo di dialogo e/o dibattito, per ingaggiare invece una battaglia di sorta che alla fine non ha avuto alcun impatto o significato. Attraverso Italicsabbiamo anche affrontato le questioni più delicate e umane che circondano le comunità LGBTQ all’interno della comunità italiano/americana: una puntata ha riguardato i gay, un’altra il mondo LGBT. Questi due episodi sono stati tra i più visti sul sito web di CUNY TV nelle settimane in cui sono andati in onda. Nella sua continua ricerca di programmi innovativi, Italics ha visitato il 29° Annual National Cowboy Poetry Gathering nel 2013, che ha visto insieme butteri italiani e allevatori italiano/americani locali, nonché il pluripremiato poeta cowboy poeta italiano/americano, Paul Zarzyski. Italics va in onda una volta al mese sul canale via cavo di CUNY TV: i vincoli di tempo purtroppo ci limitano in ciò che possiamo condividere con la nostra pubblico della grande area di New York.
Il mio coinvolgimento con i-Italy.org (IADP: Italian American Digital Project) nasce da un programma di durata di un anno di studi (EUSIC: Empowerment of US-Italy Community) in giornalismo dei nuovi media che Letizia Airos e Ottorino Cappelli coordinarono nel 2006- 2007 grazie ad una generosa donazione. Il Calandra Institute è stato coinvolto direttamente nella proposta culturale di EUSIC, offrendo lezioni sulla cultura e la storia italiano/americana al gruppo di studenti coinvolti. Una volta che il corso si è concluso, sia Airos che Cappelli hanno fondato il sito webwww.i-Italy.org, al quale all’inizio hanno collaborato numerosi studenti EUSIC. IADP, nel frattempo, aveva bisogno di una casa, e in quel momento (era il 2008) avevamo spazio a disposizione da offrire loro. Nel corso di questi ultimi sette anni IADP si è ampliato notevolmente, da un semplice sito web è divenuto anche una rivista bimestrale e un programma televisivo settimanale che mettono in risalto tutte le cose italiane all’interno della grande area metropolitana di New York e, se del caso, affrontano alcuni dei principali problemi che potrebbero influenzare gli italiani in America.

 

Ciò che va detto in ultima analisi per quanto riguarda entrambi i programmi televisivi è che sono gli unici due programmi prodotti professionalmente dedicati alla comunicazione e, di conseguenza, alla promozione di tutto ciò che è italiano/americano e italiano, sia le cose più ovvie che quelle meno conosciute. Il lavoro che fanno in questo frangente, soprattutto in considerazione delle loro risorse limitate, è ammirevole per non dire altro. Detto questo, la tua domanda quindi ne genera un’altra: Quale sostegno arriva a questi programmi dalla comunità? La risposta è lunga e complessa, e, per ora, lasciami dire che qualsiasi aiuto sarebbe più che benvenuto.

 

Qual è la tua opinione sui recenti avvenimenti contro Cristoforo Colombo e il Columbus Day?
Credo che questo sia uno di quei temi molto scottanti che hanno lungamente covato sotto la cenere. Nel 1992 Colombo e i suoi viaggi erano stati storicamente rivisitati ed esaminati a fondo. Ogni tentativo da parte dei membri della comunità italiano/americana per salvare il nome “Christopher Columbus Day” avrebbe dovuto essere avviato allora. Ma in effetti, nulla di grande significato venne fatto allora, per quanto posso ricordare. Ad esempio, non conosco nessun tentativo da parte della comunità italiano/americana di dialogo con i leader della comunità dei nativi americani. Mi sembra che tale conversazione fosse necessaria venti e più anni fa, e così rimane anche oggi.
Data la recente discussione promossa dall’Italian American Leadership Council della National Italian American Foundation al NIAF gala del 2015, ci troviamo ora in una situazione in cui non è più chiaro quale sia la lotta. La gente vuole salvare il nome del Columbus Day? Oppure, la gente vuole essere sicura che anche se il nome del giorno di festa viene modificato, si tratterà comunque di una giornata in riconoscimento della cultura e della storia italiano/americana? Come ho già detto, la conoscenza e l’apprendimento della storia italiano/americana è fondamentale, visto che molti studiosi hanno spiegato i complicati modi in cui gli americani italiani si sono associati con il personaggio storico.
Come sappiamo, il 12 ottobre celebra Cristoforo Colombo come colui che scoprì le Americhe; e legata a questo c’è la celebrazione della cultura e della storia italiano/americana. Questo, certo, è il nocciolo della questione. Dobbiamo legare i due elementi in maniera inestricabile, indipendentemente da ciò che abbiamo imparato negli ultimi trenta e più anni circa i viaggi di Colombo, in modo che l’uno non possa essere separato dall’altra? Così facendo, che cosa diciamo allora ai nostri giovani fratelli e sorelle delle nuove generazioni italiano/americane, molti dei quali preferiscono promuovere il patrimonio e la cultura italiano/americana e non necessariamente quello che vedono come il simbolo fastidioso nel nome Columbus Day? Il sondaggio informale contenuto nel reportage video di Italics della discussione presso la NIAF impone una simile domanda. Vale a dire, Colombo e tutto ciò che lui rappresenta come simbolo rappresentano, costituisce quello che vogliamo celebrare nella cultura e nella storia italiano/americana? Per alcuni, sì; per altri, no; e il divario è sicuramente di carattere generazionale. Ma quello che sappiamo è che l’uso di termini come “sbagliato”, “infantile” e “pazzo”, nei confronti di coloro che mettono in discussione Colombo, certamente non sta aiutando nella risoluzione di eventuali problemi nella nostra comunità.

 

Ciò che è necessario per sedare questa controversia, così come altre venute alla ribalta nel passato, è una discussione molto più profonda e ben informata sulla questione: una discussione che può benissimo svilupparsi nel dialogo e nel dibattito, ma non nella denigrazione e nel rigetto, come alcuni hanno fatto in passato riguardo ad altri problemi. Ciò detto, a questo proposito, vorrei suggerire come punto di partenza i 30 minuti del documentario Columbus Day Legacy (2011, Bennie Klain).